“CRISALIDI”

Foschia è il nome d’arte, è come un bruma che ti avvolge per disorientarti, non certo il suo modo di vedere il mondo. Enrico Cattò, classe 1997, ha ben fisso il suo obiettivo, i suoi passi sono sicuri e non ubriachi di sogni. Foschia è il luogo in cui vuole portarti, ma una volta lì è un’esperienza tribale, di quelle che ti fanno alzare le ginocchia a ritmo di rullante, che ti graffiano le orecchie con la polvere di vetro di cui è intrisa la sua voce. C’è una cura magistrale negli inserti di chitarra, negli arrangiamenti ritmici, nell’armonia pulsante. Tutto ciò che dice rispecchia appieno il desiderio e la forza con cui questo artista vuole uscire dalla propria crisalide per diventare ciò che merita. E allora sbatte in faccia alla sua Lei un pezzo dalle sonorità rockeggianti, con quella espressione da sfottò tipica di chi sa di aver ragione. Ragione del proprio talento, ragione della propria rabbia. Ma anche se è stato usato come amante, come piano di riserva, con la sua anima malata, quando riesce per qualche istante a trattenere a sé la sua amata, lui desidera comunque farla felice. La forza di Foschia risiede nella capacità di rialzarsi, perché solo così la paura viene meno e le cime più alte possono essere raggiunte. Nel testo gli incastri scorrono fluidi come l’impressione che Lei viva in realtà in un mondo di disillusioni, dove una risata basta a mascherare il terrore del momento in cui la sua onda esaurirà. Foschia vorrebbe poter prolungare  l’intimità del presente, vorrebbe riempirla di attenzioni e abbracciarla mentre si assopisce, ma anche la sua è un’illusione. Ogni discorso sembra unidirezionale, come un treno con due sole stazioni ed entrambe, alla fine, portano sì allo sfracello del cuore, ma anche alla genesi di un grande brano.

Alex Oliver fabbro